Maurizio Stacchi

Shoah Revisited
11 gennaio 2020

MAURIZIO STACCHI
Shoah Revisited
Echi quotidiani di una tragedia storica
dall’11 gennaio al 15 febbraio 2020
dal giovedì al sabato ore 15.30 / 19.30
Maurizio Stacchi, 2019, stampa digitale
Se la fotografia è – come spesso è – innanzitutto testimonianza unita a creatività, quella di Maurizio Stacchi nel concepire e realizzare gli scatti di questa mostra è l’ammirevole dimostrazione che partendo da un’idea originale e una capacità fotografica non comune si può concretizzare un provvido equilibrio fotografico di tensione testimoniale e concettuale. Le 56 stampe in bianco e nero di “Shoah Revisited. Echi quotidiani di una tragedia storica” esposte alla galleria spazio contemporanea dall’11 gennaio al 15 febbraio, sono perciò mirabili prove di chi ha saputo coniugare il proprio pensiero creativo – peraltro qui civilmente nobile poiché teso a onorare la Memoria dell’olocausto, memore anche d’uno zio sopravvissuto a Mauthausen – con l’abilità nella pratica artistica dell’obbiettivo.
Forse perché viviamo un’epoca a inflazione d’immagini spesso d’innegabile superfluità, una produzione come quella di “Shoah Revisted. Echi quotidiani di una tragedia storica” è ancora più meritoria sia per potenza espressiva di risultati estetici, sia perché frutto d’una ricerca spontanea e originale, senza committenti  né intenti che non siano quelli – civili e umani – di trovare, ritrarre e mostrare gli echi nascosti di quell’immane barbarie, scovandoli dentro la quotidinaità, tra “cose e situazioni” apparentemente ordinarie. Ecco allora che, nell’intensità evocativa di un bianconero forte e contrastato, certe scene e oggetti quotidiani svelano un’eco nascosta, normalmente impensabile.
Basta soffermarsi, lasciarsi guidare dalle immagini e dal loro senso profondo, ed ecco che (e qui sta la bravura dell’autore) binari ferroviari, valigie, stretti camminatoi, cancelli e filo spinato, indumenti, un doccione a soffitto, barattoli di prodotti chimici, l’imboccatura d’un forno, assumono un simbolismo diverso e inducono a emozione e riflessione. E’ l’ordinarietà del vivere quotidiano e dei suoi apparentemente insignificanti scenari e oggetti, che – rivisitata dall’occhio ricercatore e stimolatore di Stacchi – rimanda a scenari storici di destini sventurati, all’ingiustizia sadica che la Storia ci ha consegnato e che è bene non dimenticare.
Mostrare nell’ordinario certi simboli che sono diventati stigmi dell’Olocausto è un’operazione iconografica sì, ma anche filologica; tesa a rintracciare per non far sopire o peggio scordare. Siamo di fronte a un lavoro di scavo e creatività portato avanti dall’autore rifiutando il solito, seppur giustificabile, reportage dai lager.
In cerca invece, nel quotidiano degli Anni Duemila, di un diapason capace di rimediare le vibrazioni di altre foto storicamente consegnate all’immaginario collettivo: come il subdolo ” Arbeit Macht Frei” all’ingresso dei lager, o i binari senza ritorno di Auschwitz.
Nelle foto a spazio contemporanea si sostanzia dunque una sorta di semiotica alternativa dell’oggi, capace di evocare, fortificandola, quella Memoria storicizzata; in grado di calare il visitatore d’oggi in una “deportazione” odierna, fortunatamente solo immaginaria. Gli scatti del ghedese Maurizio Stacchi sono volutamente indagatori, nell’oggi, di quel trascorso orrore; e veicolano un’eco importante in questa stagione a rischio d’oblio. Fornendo un bagaglio visivo ed emozionale contemporaneo a chi, dopo aver visitato questa mostra, potrà forse portare con sé quella scintilla memore che Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz ma non ai fantasmi del “dopo”, con magistrale letterarietà ed empito civile ammonì a conservare: “Meditate che questo è stato”.
Francesco Fredi
Maurizio Stacchi, 2019, stampa digitale