Il cielo non importa

vincitore del Premio Nocivelli
14 settembre 2018

IL CIELO NON IMPORTA
Date: 14 settembre – 30 settembre 2018
Dove: Spazio Contemporanea, Corsetto Sant’Agata 22, Brescia
Inaugurazione: venerdì 14 settebre 2018 ore 18
La mostra sarà aperta fino al 30 settembre 2018 dal giovedì al sabato dalle 15.30 alle 19.30

Franco Monari, Navicentrum I Naviga, 2017

L’artista Franco Monari realizza fotografie di quelli che definisce “paesaggi interiori”. Utilizzando polistirolo, stucco, vernice spray, nylon e legno, Monari costruisce un universo di luoghi in cui non ci sono dettagli, ma solo l’essenza delle forme e dei colori. Il risultato è un’atmosfera metafisica, indefinita, in cui lo spazio è avvolto da un silenzio immobile. Sono paesaggi che l’autore ha visto, nei quali ha vissuto o semplicemente con i quali ha instaurato un intimo legame.

Questo personale approccio è nato in seguito al terremoto dell’ Emilia del 2012. “Abito nella zona del sisma – spiega Monari –  ma non ho mai voluto fare un reportage fotografico sul terremoto, non fa parte della mia sensibilità. In questi anni mi sono limitato ad osservare e a prendere appunti.” A distanza di 5 anni, Monari da forma alle sue osservazioni costruendo e fotografando dei manufatti indefiniti e fragili. Anche i piani di posa, così come i fondali, spiegazzati e sporchi di colore, sono elementi fondamentali della composizione. Non è più, quindi, un porsi di fronte ad un paesaggio e ad una realtà già pronte, ma una completa partecipazione dell’artista che rielabora mentalmente il luogo e ne propone una propria visione. Queste nature morte diventano la rappresentazione delle case pericolanti, del paesaggio lacerato, delle macerie e degli edifici messi in sicurezza. La fotografia diventa dunque la testimonianza di questo processo, prima di tutto mentale, ma anche plastico.

Ed è grazie a questo processo creativo che Monari riesce a superare un limite che ha sempre riscontrato nella fotografia.

“Ho in mente un’idea di poesia visiva che spesso il mezzo fotografico non mi permette di raggiungere” – spiega Monari. “Dovrei dipingere, ma la pittura ha dei tempi troppo lunghi. La fotografia è più rapida, ma memorizza dettagli inutili. Il mio approccio mi permette di prendere in mano i miei ricordi, modellarne la forma ed i colori, per poi fissarli in una fotografia che diversamente non riuscirei ad ottenere”.

Dopo le immagini sul paesaggio terremotato, Monari scava nella sua memoria e nelle sue origini e ricostruisce il ricordo che ha della Polonia anni ’80. Da

forma ai suoi viaggi attraverso le due Germanie divise dal muro, propone la sua interpretazione delle architetture sovietiche e del paesaggio bombardato di Varosha.

Maurizio Bernardelli Curuz scrive: “Quand’ero molto giovane, i colleghi definivano “rigorosa” una forma o un reperto iconico che, secondo nuove regole di deflagrazione, rispettasse la ricerca spasmodica della semplicità espositiva, la rispondenza tra le parti, la pulizia espressiva e la capacità di superare le emanazioni dell’artista, nel senso che nessun turbine d’esistenza doveva proiettarsi sulla forma, per renderla davvero universale.

Franco Monari, secondo una linea che attiene a una nuova generazione, è ferreamente rigoroso. La pulizia formale dei suoi lavori è cercata a tal punto ch’egli non si fida, esplorando materiale rovinato, d’una rovina casuale o comunque storica, riconoscibile, se si volesse utilizzare questo termine.

Ma realizza egli stesso la rovina, ispirandosi a un concetto non fenomenico, che egli vuole slegare assolutamente dal presente, mantenendolo, però, in una luce di costante proiezione. Ogni singola rovina è figlia, diremmo, della Madre delle rovine che Monari rappresenta: la distruzione che sta nella cultura umana.

Il rigore, appunto, di Monari lo porta a creare il noumeno di rovina. La rovina per definizione, ricostruita nel suo laboratorio, come una scultura, allestita su un fondale, fotografata con criteri pittorici e riproposta – come avviene in questa mostra – in un nuovo contesto.

È pleonastico sottolineare la capacità di questo artista che è ben più della somma delle forme espressive che egli utilizza.”